THE MUMMY RECENSIONE 

Oggi ennesima recensione grazie all ‘amico CARLO CERIFOLINI del sito 

http://icinemaniaci.blogspot.it/?m=1

Che la nuova versione de “La mummia” rientri in un progetto comprendente un certo numero di film collegati dall’intercambiabile presenza dei vari protagonisti poco importa. Da quando la Marvel ha deciso di mettersi in proprio, trasferendo sullo schermo il metodo utilizzato con successo nei comics in cui la coerenza del proprio universo e quindi la sua verosimiglianza deriva dalla contiguità narrativa delle singole storie, non sorprende l’esistenza di una serialità cinematografica fedele al prototipo appena descritto. La novità de “La mummia” semmai la si voglia trovare in un quadro di riferimento che vive sull’omologazione dei suoi tratti distintivi è data non tanto dalla presenza di un attore come Tom Cruise, abituato da sempre a frequentare il cinema blockbusterquanto dall’utilizzo della sua icona cinematografica, chiamata a passare da ragazzo della porta accanto – com’era stato lanciato negli anni 80 – a mero “involucro” scelto per incarnare la personificazione del male assoluto. Capita infatti che la scoperta di un antico sarcofago contenente la mummia di un’antica principessa scateni una serie di iatture tra cui quella più terribile che lo vede diventare il tramite del ritorno sulla terra di Seth, il Dio del male. 
Considerato che dalla parte dei “buoni” ritroviamo nientedimeno che il Dottor Jekyll del romanzo stevensonianao, anche lui , come da copione, in una versione – riveduta e corretta – che prevede l’impiego del grande (anche in termini di circonferenza) Russell Crowe, non si va troppo lontano nel pensare che la post modernità sposata dal film di Alex Kurtzman sia più il pretesto per alzare il livello del conflitto tra “eroi” dello stesso segno (a parte la mummia, cattiva per davvero) che il segnale di una pur minima riflessione sulla macchina cinema. Il quale film, pur senza alzare l’asticella dello spettacolo (ma neanche abbassandola) mette in scena in maniera semplice e lineare il confronto tra la mostruosità tout court degli zombi, richiamati in vita dalla letale egiziana per accelerare la sconfitta dei propri oppositori, e quella caricaturale e fintamente spaventevole della coppia Cruise/Crowe e della stessa Mummia che ha il viso e soprattutto il corpo (da mannequin) dell’avvenente Sophia Boutella. Che poi la sfida veda i vari contendenti fronteggiarsi su sponde opposte in una sorta di tutti contro tutti è quasi un dettaglio; ciò che vale in questo caso è rassicurare lo spettatore sull’inattaccabile appeal degli attori che neanche la maledizione della mummia riesce a scalfire. 

RECENSIONE DEL FILM I FIGLI DELKA NOTTE 

Il primo film di Andrea De Sica sembra finire dove inizia quello realizzato dal collega Gregor Jordan che nel 2008 ha diretto “The Informer” ispirandosi all’omonimo libro di Brett Easton Ellis. Tra i possibili riferimenti quello dello scrittore statunitense ci pare pertinente per due motivi: in primo luogo perché “I figli della notte” sembra un prodotto più internazionale che italiano in virtù di scelte che vanno dall’ ambientazione, una volta tanto non metropolitana bensì alpestre, alle architetture geometriche e asettiche del collegio per rampolli facoltosi a cui all’inizio della storia viene destinato il giovane protagonista e per finire, nello stile di riprese in cui le immagini vengono scolpite dagli effetti del sound designer. Secondariamente per la materia di cui tratta il film, il quale nel raccontare a mò di iniziazione l’andata e ritorno di un viaggio all’inferno si piazza nella discussione sui malesseri della gioventù contemporanea negandogli – alla maniera di certa cinematografia d’oltreoceano (da Korine a Clark) – le attenuanti solitamente derivate dalla presenza di uno sguardo buonista o paternalistico. Certo, per i giovani di De Sica l’amoralità non è una predisposizione naturale quanto piuttosto il risultato di un percorso in cui molto dipende dall’assenza di figure genitoriali (non a caso all’inizio del film e per tutto il corso della storia la madre del protagonista rimane senza volto e di lei sentiamo solo la voce) e, quando presenti, da padri e madri incapaci di entrare in empatia con la propria prole, ma la forza del regista è quella di non indulgere più tanto su questo versante e di concentrarsi sulle dinamiche che spingono Giulio (l’ottimo Vincenzo Crea, per la prima volta davanti alla mdp) a emulare Edo, sorta di Lucignolo di cui il ragazzo finirà per seguire le “gesta”, addentrandosi insieme a lui nei misteri del locale notturno frequentato segretamente dai due ragazzi.

A suo agio con i canoni di genere, in special modo quando si tratta di visualizzare il deragliamento sensoriale che catapulta Giulio all’interno di un realtà dai confini sempre più labili, “I figli della notte” riesce a dipanare lo svolgersi del fatti secondo una drammaturgia che risulta coerente tanto alle psicologie dei personaggi quanto alla progressione narrativa, incollando alla sedia lo spettatore con un carico di pathos e di tensione che il film di De Sica riesce a tenere alti fino all’ultimo colpo di scena.
Pubblicato da

icinemaniaci.blogspot.it)

THE CIRCLE 

Anche oggi recensione del film the Circle di James Ponsoldt grazie al mio amico e critico cinematografico CARLO CEROFOLINI del sito icinemaniaci.blogspot.it

The Circledi James Ponsoldt

Il primato della tecnica sull’insieme delle passioni e degli istinti, il disciplinamento e il controllo come categorie regolatrici dell’esistenza umana; e ancora nozioni di sociologia innestate su una cinematografia di genere che pesca a piene mani da riferimenti letterari (il grande fratello orwellliano) e dalla realtà dei nostri giorni, trasfigurata sulla falsa riga di esperienze controverse come quella di Scientology. James Ponsoldt, al quale non deve far paura confrontarsi con le grandi icone del nostro tempo per aver portato sullo schermo nientedimeno che lo scrittore di culto David Forster Wallace nello sfortunato “The End of the Tour”, si cimenta in un racconto che potrebbe essere la versione 2.0 di “Cappuccetto rosso”. Così appare infatti per candore e bontà d’animo la Mae interpretata da Emma Watson, la quale, un po’ per la necessità di trovare un lavoro capace di far fronte alle cure del padre gravemente malato, un po’ per attrazione nei confronti delle meraviglie tecnologiche offerte dalla società che da il titolo al film – guidata dal carismatico e mefistofelico Eamon Bailey di un Tom Hanks per la prima volta in una parte negativa – si ritrova a subire le conseguenze (negative) delle teorie imposte dal suo mentore. Sostenitore di una conoscenza onnisciente e benefica che The Circle vorrebbe ottenere mettendo in rete le vite dei suoi utenti, accompagnati in ogni secondo delle loro esistenze da microscopiche telecamere destinate a filmarle senza limiti di privacy, Bailey è in realtà un mogul animato da propositi autoritari di cui Mae con la sua contagiosa energia dovrebbe essere inconsapevole garante. 

Se, come molti dicono, la caratteristica di una società tecnologica è quella di mettere in secondo piano gli interessi delle persone per favorire quelli delle macchine, “The Circle” ha lo svantaggio di prendere alla lettera questo assunto, riempiendo lo schermo di figure troppo deboli per poter competere con l’impianto teorico su cui è costruita la storia. Così facendo. la sfida tra il bene e il male messa in scena dai due protagonisti viene a mancare (anche per colpa della sceneggiatura) della sostanza necessaria a renderla interessante e cioè per l’incapacità di corredare l’architettura filosofia del conflitto con personaggi in grado di sostenerla dal punto di vista drammaturgico. Non può farlo la Watson, ridotta a bella statuina e troppo memore delle esperienze sul set di Harry Potter. Non ci riesce Hanks, monocorde ed evanescente per avvalorare l’idea dell’uomo visionario e tiranno che dovrebbe essere “The Circle”. Ne esce fuori un film non in grado di affondare il colpo, rifugiandosi in una verbosità senza costrutto, con dialoghi che vorrebbero essere profondi ed evocativi, e che invece nulla aggiungono a quanto già non si sapesse sulle derive comportamentali causate dall’uso esasperato dei social e più in generale della tecnologia che vi sta dietro. 

RECENSIONE FILM MOGLIE E MARITO 

Anche oggi grazie all’amico CARLO CERIFOLINI del blog icinemaniaci.blogspot.it  vi metto una bella recensione 
Esistono film fenomeno, di quelli che si vedono sullo schermo una volta ogni tanto e poi c’è tutto il resto, con le diverse sfumature a determinare le classifica dei film belli e meno belli. “Moglie e marito” dell’esordiente Simone Godano senza avere l’originalità di “Perfetti sconosciuti” (film fenomeno della più recente produzione italiana) appartiene alla categoria delle opere che possono aspirare a un buon successo di pubblico senza cedere alle scorciatoie utilizzate da certo cinema italiano. Godano per l’appunto avendo a disposizione due attori particolarmente dotati sul piano del sexy appeal invece di sfruttarne l’ascendente nei confronti del pubblico mette in pratica una sorta di contrappasso cinematografico che da un lato vede Favino impegnato in una parte volta ad azzerarne la virilità, a causa dell’esperimento scientifico che vede il “suo” Andrea assumere la personalità della moglie Sofia, dall’altra ci da la possibilità di scoprire il lato meno conosciuto di Kasia Smutniak che nello scambio d’identità tra i due coniugi si ritrova nelle vesti di una specie di John Wayne in gonnella, andatura ciondolante e minigonne portate come fossero calzoni.


Moglie e marito” d’altronde nel giocare con il contrasto tra l’immagine pubblica degli attori e quella deformata che il regista gli costruisce addosso altro non fa che riflettere le caratteristiche dei suo dispositivo che sotto le forme da commedia degli equivoci ragiona in maniera semiseria sulle questioni di gender trasfigurate nel disagio che l’incidente provoca sulle vite dei personaggi. Se Favino e la Smutniak sono bravi a rendere credibile la loro metamorfosi parte del merito va assegnato all’equilibrio del contenitore che Godano gli mette a disposizione. Per questi motivi “Moglie e Marito” pur non essendo un capolavoro è certamente un film che gli amanti del genere non devono lasciarsi sfuggire.

GOSTH IN THE SHELL

Anche oggi grazie al mio amico e critico cinematografico CARLO CEROFOLINI del blog icinemaniaci.blogspot.it inserisco questa bella recensione di un nuovo film 


GHOST IN THE SHELLGhost in the Shell
di Rubert Sanders
con Scarlett Johansson, Takeshi Kitano, Michael Pitt, Juliette Binoche
USA, 2017
genere, avventura, fantasy, drammatico, azione
durata,120′
Quando era ancora lungi dall’essere girato di “Ghost in the Shell” avevano colpito due cose: la prima era stata la scelta di assegnare a Scarlett Johansson la parte della protagonista. Ricordiamo per chi non lo sapesse che la versione “live” del film d’animazione giapponese ha come protagonista il maggiore Mira Killian la quale dopo le ferite riportate in un missione suicida viene tenuta in vita grazie a un’innesto tecnologico che la trasforma in una sorta di cyborg. La seconda, conseguenza della prima, erano state le polemiche a proposito della scelta di far interpretare alla Johansson un personaggio originariamente appartenente a un’etnia (orientale) diversa da quella dell’attrice americana. Se il coinvolgimento della Johansson nel progetto in questione interessava in termini cinematografici poichè segnalava il consolidamento di uno status da eroina del cinema d’azione che fino a qualche sarebbe stato impensabile la polemica sul presunto razzismo legato al mancato utilizzo di un’attrice giapponese sembrava più che altro un modo come un altro per attirare l’attenzione sul film diretto da Rupert Sanders. 


C’era poi da verificare, è questo era la cosa più importante ai fini della riuscita finale, se il restyling operato dalla produzione americana avrebbe retto il confronto con il modello originale: in particolare si trattava di vedere in che modo la linearità tipica dei prodotti mainstream si sarebbe inserita all’interno di una trama che nella versione originale firmata da Mamoru Oshii si prendeva non poche libertà alternando i diversi stati di coscienza e facendo ampio uso di detour ed ellissi narrative. Detto che non poteva essere altrimenti, e che quindi non stupisce di ritrovarsi di fronte a una storia depauperata degli aspetti di cui parlavamo poc’anzi, ciò che risalta è lo squilibrio tra una messinscena ispirata soprattutto per quanto riguarda la visionarietà del futuro in cui si muovono i personaggi e l’inconsistenza di una vicenda priva di sfumature (risibili quelle derivanti dalla duplice natura della protagonista) e incapace di andare oltre al semplice scontro tra buoni e cattivi. Convincente la Johansson, fotogenica e affascinante, meno tutto il resto a cominciare da Takeshi Kitano nel ruolo di ineffabile capo squadra.

LIFE 

Oggi inizio la collaborazione con il mio grande amico CARLO CEROFOLINI affermato critico cinematografico nonché curatore del blog e sito icinemaniaci.blogspot.com

Oggi prima recensione sul film LIFE NON OLTREPASSARE IL LIMITE 
Life- non oltrepassare il limitedi Daniel Espinosa

con Rebecca Ferguson, Jake Gyllenhaal e Ryan Reynolds

USA, 2017

genere, fantascienza

durata, 103′
Senza considerare i vari sequel e prequel di prossima programmazione, basterebbe l’enormità di lungometraggi – originali o apocrifi – collegati al primo “Alien” diretto da Ridley Scott per capire con quale predisposizione si possa accogliere il nuovo film di Daniel Espinosa, concepito per replicare con qualche piccola variazione il prototipo del 1979. I dubbi sulla necessità di una versione riveduta e corretta del film nasce spontanea non tanto per le convergenza esistente tra i contenuti di “Life – Non oltrepassare il limite” e quelli della pellicola diretta da Scott, quanto per la povertà di soluzioni formali e di espedienti narrativi capaci di poter far dire a chi guarda che i soldi spesi sono stati ben impiegati. Invece niente: tutto si svolge secondo copione ma anche senza emozioni, con la creatura venuta dalla spazio pronto a fare un sol boccone dei malcapitati di turno, predisposti al massacro con le regole d’ingaggio variate (rispetto alla tradizione) dal fatto che l’equipaggio della Pilgrim si sposta da una parte all’altra dell’astronave senza toccare il pavimento della nave spaziale ma fluttuando nell’aria per assenza di gravità. 
Ordinato ma privo di sorprese (se si esclude quella finale), ogni cosa in “Life – Non oltrepassare il limite” si mantiene sotto la soglia dell’entusiasmo, a cominciare dal malefico ectoplasma che, un po’ per l’ anonimato fisiognomico a cui lo relegano la poca fantasia dei suoi creatori, un po’ per l’incapacità di chi dovrebbe dotarlo di mistero e di carisma, non riesce ad assurgere neanche per un attimo a quella purezza aliena che aveva reso mitica la creatura di Ridley Scott. Se non bastasse questo a illuminare lo spettatore su ciò che lo aspetta si potrebbe aggiungere qualcosa sulla resa attoriale, soffermandosi per esempio sull’impalpabilità delle figure femminili (in particolare di quella impersonata da Rebecca Ferguson, molto meglio nei panni della desperate housewife de “La ragazza del treno”), lontane anni luce dalla personalità della bad girl interpretata da Sigourney Weaver ma anche dalle meno famose seguaci che nel corso degli anni hanno cercato di prenderne il posto; oppure sulla mancata resa di attori sulla creata dell’onda come Jake Gyllenhaal e Ryan Reynolds, il cui passaggio sullo schermo non lascia traccia nel cuore di chi guarda.  

di nickoftime 

(pubblicata su icinemaniaci.blogspot.com)